Teatro dei Barbuti


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Storie di Barbe ai Barbuti


Largo ai Barbuti! La città si inchina ai longobardi, guerrieri dalla lunga barba. Barbe a sorvegliare il mare, barbe intorno alla reggia. Barbe a fustigare lazzari e spaventare i bambini. Era barbuto Arechi, lo erano Sichelmanno e Gisolfo, barbute erano pure Adelberga e forse Sichelgaita, figlia e sorella di barbuti. Nomi barbosi : Guaimario, Pandolfo, Ragintruda. “Salve, mi chiamo Ragemprando e sono un’arimanno”. “Sarebbe?”“ Ho una spada, non aggiungo altro.”Barbe crespe, lisce, spioventi. Barbe curate di scorta a prìncipi dalle barbe curatissime. Barbe in prima fila a teatro, in chiesa o sul sagrato, per barbosissimi drammi religiosi: diavoli barbuti cacciati dalla terra, vite di martiri barbuti, frati barbuti a cantare laudi. Città fortificata, ricca e sicura, ma intristita dalla soggezione a quelle lunghe e noiosissime barbe. Quando i longobardi se ne andarono, tutti presero a radersi: uomini, donne e bambini. E tutti a ridere alle spalle degli esiliati. Via i drammi, il teatro è la commedia di Walperto, un guerriero (uno sculdasco) fatto becco dalla moglie Gerperga che gli preferiva ora un saraceno, ora un greco, ora un ebreo, purché avessero il viso rasato. Ma Walperto se ne accorse e invece di ammazzare Gerperga decise, da buon guerriero, di riconquistarla. Finse di partire per la guerra e si spacciò per morto. Tagliatosi la barba e impregnatosi di Proraso, si presentò sotto il falso nome di lderico. Lei non lo riconobbe ma lo amò e lo risposò. Passò del tempo e il ricordo degli uomini barbuti si perse. Arrivarono altri conquistatori, tutti rasati o con barbe finte, come quella che usò un tal Roberto che come gli altri arrivò via mare, nonostante una tempesta continua avesse reso impossibile l’attracco ad altri conquistatori. “Salve, sono Roberto, detto il Guiscardo.” “ Sarebbe?” “Vuol dire furbo, astuto, uno di cui è meglio non fidarsi.” “ Va bene, disse Sichelgaita, sposiamoci domani.” Fu l’inizio della fine: il Furbo si tirò via la barba finta, il matrimonio era stato un espediente per prendersi il ducato. E’ guerra: cognati contro, famiglie contro, vicini di casa contro, barbe vere contro barbe finte, zie sveve contro nipoti normanni, una pochade, una tragedia. Mura abbattute, distruzione, peste, confische. Un giorno si incontrarono in mare aperto un pirata e un pescatore. “Salve, mi chiamo Kahir Ad Din e sono un saraceno, vado a Salerno a fare razzie.” “Piacere, sono San Matteo e questa è una tempesta.” Il santo tornò a riva e radunò tutti sulla spiaggia. “Mo’ basta!E’ l’ultima volta che vi salvo.” Non servì più il suo aiuto, in città non c’era rimasto niente, né grano né grana, nemmeno un ducato e nemmeno il ducato. I conquistatori passavano oltre. “Buon uomo, chi comanda qui?” “ Nessuno, volete favorire?” “ No grazie, ce ne andiamo.” Uno solo si fermò. “Mi chiamo Wenner e vengo dalla Svizzera.” “ Piacere, Matteo.” “Sei il santo?” “ Sono un omonimo e tu sei longobardo?” “Quasi - rispose Wenner- ho una fabbrica quassù, vieni a lavorare?” Matteo ci andò di corsa. E tutti ci andarono: uomini, donne e bambini. I Longobardi erano tornati, questa è la voce che si diffuse. Le barbe ripresero vita: tutta la città fu intitolata a loro. Castelli, vicoli e strade, larghetti e piazze, persino allo stadio diedero un nome longobardo. Arechi, Guaimario, Sighelgaita e Sichelmanno, tutti ebbero il nome inciso su una targa di pietra, si trovò un vicolo persino per Guaiferio che in longobardo vuol dire portatore di guai. Le cose andarono meglio. Da quel giorno la città fu più sicura e più protetta. C’è chi giura di vederli tutti gli anni, le sere di agosto, gli uomini barbuti in costume medievale. Sono in prima fila al Teatro dei Barbuti, nella loro piazza, largo Santa Maria dei Barbuti, nello storico quartiere dei Barbuti. Sembra che si divertano. Sembra che ridano sotto le barbe.

Josè Elia

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