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Dal 1983 il Largo dei Barbuti ospita l’omonima rassegna teatrale, organizzata con passione e competenza dall’infaticabile Peppe Natella e giunta quest’anno alla sua ventiseiesima edizione.
Il quartiere prende il nome dai Longobardi, che in quest’area costituirono il primo insediamento. Ci parla di quell’epoca e ne conservano il ricordo, la toponomastica, con le viuzze intitolate a personaggi della Salerno longobarda - Siconolfo, Guaimaro IV, Adalperga, Grimoaldo, Gisolfo - gli elementi architettonici presenti in numerose costruzioni, la chiesa di S. Maria dei Barbuti (la vera denominazione era “Natività di Maria Santissima”), così chiamata per la presenza di affreschi, oggi scomparsi, raffiguranti i guerrieri dalle lunghe barbe.
Nel 787, infatti, Arechi II trasferì la corte a Salerno, lasciando come capitale del Ducato della Longobardia Minore la città di Benevento (sarà Siconolfo nell’849 a dar vita ad un Principato autonomo). Salerno, per la sua posizione strategica, era la porta dell’entroterra campano longobardo, consentiva il controllo delle vie marittime e offriva maggiori possibilità di difesa contro le armate di Carlo Magno che, dopo aver sconfitto nel 774 Desiderio e conquistato Pavia e il Regno longobardo, insidiava ormai da vicino le terre beneventane.
Il princeps reliquiae gentis Langobardorum, (Arechi aveva infatti accolto i profughi longobardi in fuga dal nord, ponendosi come erede delle tradizioni, della cultura e dell’identità nazionale del proprio popolo) disegnò la “civitas nova”, potenziando le difese con una cinta muraria, ricostruì edifici pubblici e religiosi, riorganizzò l’economia e la società, portando la città ad uno sviluppo costante nel campo politico, economico e culturale. Nella zona definita in età romana “ad curtim”, fece edificare un sontuoso palatium a ridosso delle mura prospicienti il mare, con annessa una splendida cappella privata dedicata ai SS. Pietro e Paolo, che è descritta minuziosamente nel Chronicon. Amante delle Arti, anche lui poeta, insieme con la moglie Adelperga figlia del re Desiderio, accolse alla sua corte i più insigni letterati e artisti del tempo, tra cui Paolo Diacono, autore dei versi che decoravano le sale del Palazzo.
In seguito, nelle vicinanze della residenza principesca, si sviluppò la Curtis Dominica, l’area dei servizi. In un’insula compresa fra via Botteghelle e via dei Canali sorsero le abitazioni, per la maggior parte in legno e ad un solo piano, dei cavalieri, della guarnigione, le dimore più modeste del personale domestico, nonché quelle di artigiani, fornai, birrai, conciatori, carpentieri, carradori, muratori, fabbri ferrai, armaioli. Le reti dendritiche di stradine, di corti, di vicoli, ospitavano un mondo strano e affascinante: le voci si propagavano con la stessa rapidità delle malattie e una folla promiscua di notabili, chierici, uomini d’arme, mercanti, dottori, notai, artigiani, commercianti, stranieri, forestieri, giocolieri, prostitute, nullafacenti, mendicanti, straccioni, si incrociava mille volte nella felice contaminazione della città dell’accoglienza.
La strada era poi un’appendice dell’alloggio e della bottega; in essa si esplicavano le attività produttive e si passava buona parte del tempo. Le donne filavano con la rocca e commentavano i fatti del giorno, i bambini vi sciamavano liberamente senza gran pericolo, vi passeggiavano le ragazze in età da marito, nelle taverne si riunivano gli uomini a bere e a cantare, nel forno si affollavano le massaie, mentre la campana della chiesa della Natività di Maria Santissima, dove si celebravano i riti comunitari, scandiva il ritmo del tempo del lavoro, dei pasti, della preghiera, degli svaghi.
Prima l’alluvione del 1954, poi il terremoto del 1980 spopolarono e degradarono quell’antico rione, testimone di tanta storia della città. Così, quello che, dalla metà del secolo VIII alla metà del secolo XI, era stato il baricentro della vita cittadina, con le sue stradine e vicoli angusti, animati un tempo da un frenetico flusso vitale, gli avanzi di mura, i vetusti palazzi che si sostengono a vicenda, ricchi di colonne e di fregi scolpiti sui portali, fu man mano inghiottito dall’oblio.
In un invaso creatosi in seguito a crolli e demolizioni, il 18 settembre 1979, la Compagnia delle Corde vi rappresentò lo spettacolo “Festa, Farina e Forca”, un mio testo ispirato alle vicende di Ippolito di Pastina, “il Masaniello salernitano”, con le belle musiche dell’indimenticato Gaetano Macinante, la regia di Andrea Carraro e la scenografia di Massimo Bignardi, per richiamare l’attenzione degli amministratori e sensibilizzare l’opinione pubblica.
Il resto della storia è ben nota: nel 1983 Natella con un gruppo di amici e di intellettuali diede vita alla prima edizione del Teatro dei Barbuti. Sulle tavole di questo singolare teatro sotto le stelle si sono alternati negli anni i migliori attori nazionali e internazionali, musicisti, poeti, mimi, clown; si sono tenuti concerti di musica classica, napoletana, jazz, spettacoli di prosa, di danza, di burattini, mostre d’arte e di fotografia, che hanno regalato alle migliaia di spettatori piacevoli suggestioni e atmosfere impalpabili.
Oggi, dopo il recente restyling, Largo dei Barbuti è diventato un vero e proprio salotto, l’appuntamento estivo per i turisti e un’occasione d’incontro per quanti restano in città.
Corradino Pellecchia